29.5.07

Università e scuola: il colpo di grazia

di Alberto Giovanni Biuso

(tratto da Giro di vite del 28/05/2007)

Da un’intervista a Luciano Canfora

Sul sito della Treccani è apparsa un’interessante e ampia intervista a Luciano Canfora a proposito della scuola e dell’università. Ne riporto alcuni brani.

Aggiungo in anteprima la notizia di una decisione che costituirà finalmente il colpo di grazia sia per la scuola che per l’università: negli ambienti ministeriali si sta proponendo l’ipotesi di permettere ai “laureati” triennalisti di insegnare nelle scuole di ogni ordine e grado, aggiungendo due anni di specializzazione psico-pedagogica invece che i due anni di laurea specialistica.

Chi -come me- constata a ogni sessione di laurea e di esami quale sia il livello medio dei laureati con diploma triennale, non può che ricordare le parole di Desmoulins secondo cui il legislatore Licurgo avrebbe reso gli spartani «uguali come la tempesta rende uguali tutti i naufraghi». Quel Licurgo non a caso amatissimo da Rousseau, e cioè dal remoto ma non per questo meno influente iniziatore della demagogia pedagogica e del quale anche un don Lorenzo Milani è stato fedele nipotino.

La vita e la storia umane sono a volte geometriche e -come dichiara Canfora- si sta abbattendo «una nemesi storica sulla demagogia di sinistra, di cui la sinistra è stata la vittima; si paga tutto nella politica, la politica è verità, quindi si paga tutto, gli sbagli in primis.».

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Quanto alla domanda ulteriore, al fatto cioè che i nostri ragazzi non sembrano proprio «oberati», ma sembra piuttosto che il tentativo sia quello di eliminare ogni riferimento all’assunzione di responsabilità, io questo pensiero lo condivido, perché credo che la traduzione banale dell’idea del cittadino libero di esplicare la sua spiritualità sia diventato il culto del tempo libero e del non lavoro; a questo punto gli antichi, nel loro aspetto più faticoso per noi, quello dell’approfondimento, della conoscenza di una lingua non più vivente, di lingue non più viventi, tornano di grande utilità.

Mi riferisco a un pensiero non molto popolare, anzi dimenticato perché impopolare, di Antonio Gramsci, il quale era un pedagogista piuttosto severo, quindi non adatto all’attuale centrosinistra e neanche all’attuale centrodestra, molto fuori della demagogia vigente. Gramsci in una delle pagine dei Quaderni in cui si occupa della Riforma Gentile, del senso della riforma della scuola pensata e realizzata dall’Idealismo italiano (perché la Riforma Gentile poi è stata ideata insieme con Croce, e viene definita fascista, ma in realtà era stata pensata prima), riflettendo su tutto questo insieme, sul riordino del liceo classico, sulla sua funzione e così via, riflettendo anche sulla limitazione dello spazio riservato allo studio linguistico che in quella riforma si verificava nello spirito di quella tedesca di pochi anni prima di cui abbiamo letto all’inizio, fa un po’ controcorrente l’elogio dello studio linguistico, come la cosa faticosa alla quale non ci si può non sottoporre, perché lo studio deve essere doloroso, faticoso e solo allora produce una crescita.

Lui dice che lo studio del latino e del greco, del latino in particolare in quel caso, ha questo importante vantaggio: è come vivisezionare un cadavere, che non ha nulla a che fare con lo studio di una lingua moderna, è un lavoro duro, complicato, che esige ore di applicazione e in quanto tale è vantaggioso Questa formulazione è stata dimenticata, direi anche dai gramsciani più devoti. Non perché tutto quello che ha scritto Gramsci sia di per sé la verità, ma è interessante il fatto che si sia formata nella sua mente questa idea perché probabilmente ha visto un elemento che di solito si lascia in ombra. Lui dice in modo implicito quello che si potrebbe dire, a mio giudizio, in modo ancora più fecondo: proprio perché lingue non praticate, non viventi, inquadrate in una realtà che noi faticosamente conquistiamo, una realtà che dobbiamo recuperare per pezzetti e che in gran parte ci sfugge, tanto più sono per noi difficili. La difficoltà in cosa consiste? Nella necessità intuitiva. Tradurre da una lingua come il greco, come il latino, esige un salto intuitivo dalla successione delle parole al senso complessivo di ogni periodo ed è quello l’esercizio più importante, per lo meno pari a quello che si determina nello studio della matematica, assolutamente unico e insostituibile e sicuramente complicato anche per i docenti, i quali non è detto che siano allenati necessariamente a questa ginnastica straordinaria che si ripropone per l’interprete dinanzi a ogni pagina: ogni pagina nuova, in quelle lingue, richiede da chi le affronta questa elasticità; crearsi nella mente il senso generale che dà un senso a tutti i pezzi, che presi ciascuno per sé non significano nulla.

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Ecco, questo è un procedimento mentale secondo me entusiasmante, di grandissima utilità, rispetto al quale il problema del «a che mi serve?» perde qualunque significato, perché se io l’ho fatto per alcuni anni della mia carriera scolastica e poi farò il medico, o l’ingegnere o farò l’artista di teatro, quell’esercizio mi sarà stato preziosissimo, quale che sia il mio abituale impiego di quella elasticità mentale che avrò conquistato. Ecco perché credo che la questione si ponga in termini non di banale, di empirica, utilitaria riscossione di vantaggi, ma in termini di addestramento mentale, che è forse la cosa più importante cui la scuola può sperare di giungere. Ecco perché ho detto che la dolcezza pedagogica rallenta, perché la dolcezza pedagogica ritarda lo sviluppo delle persone, in quanto lo sviluppo è uno sviluppo attraverso un tirocinio, una disciplina, un’autolimitazione, una capacità di proporsi degli obiettivi e raggiungerli, l’esatto contrario della dolcezza; la dolcezza è in fondo l’utopia, la pura utopia.

L’utopia è quella di Giambulo, in Diodoro Siculo, in cui si immaginano persone ferme sotto alberi da cui i frutti cadono spontaneamente e vengono colti senza fatica. È un sogno dell’umanità, l’età dell’oro, ma l’età dell’oro è soltanto un’idea utopistico-letteraria, non è un programma politico e neanche un obiettivo. Quindi la dolcezza è veramente il contrario di ciò che forma e fa maturare le persone.

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Noi abbiamo alle spalle decenni di storia della scuola e di pratica scolastica e ci siamo, credo, tutti resi conto dell’impoverimento contenutistico, dell’aver realizzato un prodotto alla fine meno valido, più povero, che sa meno cose, che sa meno bene muoversi nel mondo, che non ha parametri mentali, fra i quali c’è l’autolimitazione, la capacità di autolimitarsi e, quindi, di avere un rapporto corretto con gli altri. Decenni di esperienza ci fanno vedere che il risultato è stato scadentissimo. Allora, tornare indietro è sempre una ginnastica mal vista, ma certamente battere strade completamente diverse da quelle che si sono rivelate perdenti è saggia politica.

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Rispetto alle materie umanistiche, alla sua materia per esempio, nell’attuale organizzazione universitaria qual è il senso della laurea in tre anni (ed eventuali altri due)? In cosa differisce dalla precedente in quattro anni?

Il veleno di questi pseudoconcetti è penetrato negli ordinamenti universitari: mi riferisco, appunto, alla riforma infausta denominata tre + due, che sembra una formula pitagorica, ma ormai per intenderci la chiamiamo così. Anche qui il discorso da farsi è forse un po’ più lungo e accidentato. Poiché io mi considero una persona che ha sempre scelto politicamente sul versante della sinistra, e, ad esempio, penso che annullare l’esperienza storica del comunismo sia una follia eccetera, mi concedo il diritto di dire che la sinistra italiana, ma non solo italiana, ha colpe spaventose nella demolizione dell’istituzione scolastica e universitaria, e che ciò è accaduto per un male inteso concetto di democrazia.

E purtroppo è l’esperienza ormai semisecolare che abbiamo alle spalle che dimostra ciò. L’operazione è stata duplice, ancora una volta sono state le élites privilegiate a dare il colpo di grazia, perché le élites privilegiate erano quelle che nelle università dei tardi anni Sessanta avevano fruito al meglio di quello che quel sistema poteva dare e hanno cominciato a sdottrinare che lo si dovesse demolire in omaggio a una male intesa idea d’uguaglianza, che non era uguaglianza, era un regalo avvelenato. Non era uguaglianza, perché l’uguaglianza dell’ignoranza è una pugnalata alle spalle, non è un dono e neanche un diritto. Questo appare un po’ polemico detto in questa maniera, ma secondo me rende bene il concetto.

Su due piani si è svolta la cosa: parte dall’università, investe naturalmente la scuola (scuola media, licei eccetera) e innesca un circuito per cui dopo un po’ di generazioni l’università si riempie di soggetti completamente diversi da quelli che avevano messo in moto questa pseudorivoluzione culturale, di modo che questo circuito perverso si autoalimenta in maniera esponenziale. A questo punto sorge nel legislatore insensato (mi riferisco a Luigi Berlinguer) il desiderio di trasformare questa realtà, via via deteriore, in normativa e con un procedimento abbastanza scorretto (mi riferisco agli anni 1997, 1998, gli anni in cui rapidamente furono stabilite queste nuove normative), cioè sul falso presupposto che già in Europa le cose stessero in quei termini, il che non era affatto vero; fu creata di colpo (cosa mai successa prima, i processi sono sempre stati lenti, graduali, inevitabilmente, le persone non si evolvono a colpi di cannone) una dicotomia, una divisione in due del percorso universitario. Perdente in tutti e due i casi, perché quello triennale è meno che un post liceo, programmaticamente tale, con programmi in cui si misura persino il numero di pagine la cui conoscenza si può richiedere agli allievi; e quello biennale è troppo corto per essere veramente specialistico. Quindi, è una dissipazione complessiva di cinque anni, rispetto ad un ordinato e razionale percorso: parlo, per esempio, di facoltà di carattere umanistico di quattro anni in cui la gradualità era scaglionata su un arco di tempo sufficiente per giungere alla fine ad una frequentazione dello specialismo che è il momento più alto nella carriera di una persona che ha la buona occasione di frequentare l’università: il momento più alto da laureato in attesa di posto nella scuola, quei mesi passati a concludere la propria carriera universitaria rimanevano come un ricordo importante e metodicamente utile quale che fosse poi la scelta più o meno obbligata, scuola media inferiore, ginnasio, quello che sia. Aver fatto una vera tesi di laurea dopo un percorso che si è fatto via via sempre più acuminato e coerente era un’esperienza unica, un grande privilegio. Ora questo è scomparso, nel senso che sia la prima che la seconda fase sono degli arrangiamenti frettolosi: la prima quasi un parcheggio e la seconda una corsa disperata nell’illusione di colmare un ritardo che diventa a quel punto incolmabile.

Ma direi che il disastro (che si è misurato facilmente, adesso è quasi ovvio sentire parlare criticamente e solo criticamente di questa esperienza) non dico che sia in via di risanamento, sarei troppo ottimista, ma certamente è nell’occhio critico di quasi tutte le istituzioni universitarie. Le più forti, la medicina e la giurisprudenza, ne sono rimaste fuori e questo forse è sintomatico. Medicina per ovvie ragioni, nel senso che uno che fa la laurea triennale non ha neanche le caratteristiche del paramedico o infermiere: è un nulla e basta. Nel caso della giurisprudenza c’è stato, come sempre da quelle parti, un veicolo fortissimo di difesa e cioè gli ordini professionali e gli sbocchi: avvocato, procuratore, giudice comportano concorsi per i quali il percorso triennale non serve a nulla, non è neanche riconosciuto.

E quindi fatalmente tutte le facoltà di giurisprudenza hanno ripristinato, prima de facto poi de iure, l’ordinamento precedente. Sarà un caso? Certamente no, vuol dire che dove il problema aveva un risvolto pratico allarmante, lo si è fermato in tempo. Nel caso nostro, nelle facoltà di Lettere, credo che il risultato sarà che il cursus universitario diverrà di cinque anni. Così l’illusione puerile secondo cui il mercato del lavoro aspettava ansioso i triennalisti perché altrimenti ci sarebbe stato un gaspillage delle forze, delle risorse umane del Paese si è trasformato in un allungamento del percorso, e quindi in un ritardo. E questo direi che è stata una nemesi storica sulla demagogia di sinistra, di cui la sinistra è stata la vittima; si paga tutto nella politica, la politica è verità, quindi si paga tutto, gli sbagli in primis.

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